l'arte e il suo senso nella storia

August 07, 20269 min read

La storia dell’umanità è raccontata sui libri? Non è del tutto vero. I libri sono uno strumento per stimolare il pensiero, ma non bastano. Esistono beni intangibili fanno qualcosa di più di raccontare, trasmettono i senso della storia e ne mostrano il significato occulto, cosa che va ben oltre la cronaca di fatti e vicende, che non si limita ad analisi sociale e sociologica, che supera il resoconto scientifico della nostra evoluzione e che palesa il valore dell’essere umano e della sua vita conservandone il mistero. O, se vi piace di più, la sua sacralità.

Non parlo di religione, semmai parlo di arte, anzi, delle arti. Di tutte le arti!

L’essere umano, sin dagli albori della storia, oltre ad occuparsi dello sviluppo della tecnica che gli ha consentito di dominare il fuoco, di scalfire una pietra trasformandola in arma o di inventare la ruota, ha fatto anche cose inutili, come dipingere una mano con lo sputo o una scena di caccia sulle pareti delle caverne in cui si rifugiava. Il senso di quei lavori non era rendere più confortevole l’ambiente fatto di rocce e pietrisco, le rocce non si dipingevano per abbellimento o per noia, probabilmente il senso di quei lavori era celebrare la sacralità della vita, scrivere la memoria del tempo non tanto per lasciar traccia del loro passo nella storia, semmai per creare un ambiente dove la ritualità della vita si palesasse.

L’uomo delle caverne, in una battuta di caccia, rischiava la vita e, spesso, la perdeva. Il confronto con bisonti e mammut non era un safari nel Serengeti, ma un incontro con la fragilità. la morte era parte del gioco e, in caso di sconfitta, tutta la tribù sarebbe stata preda di fame e sofferenza.

Questa battaglia, in luoghi come Lascaux, Altamira e altri, è raccontata in tutta la sua crudezza. Le opere che possiamo ammirare, anche dopo decine di millenni, non sono semplici decorazioni pagate da un mecenate o commissionate da qualche potere forte, semmai sono frutto di un’esigenza creativa creativa che andava oltre le semplici necessità pratiche della comunità.

Oggi, contemplando quelle opere, inevitabilmente siamo scossi da brividi, questo non tanto per la bellezza o per l’antichità, ma per il loro potere comunicativo.

Quindi iniziamo con una parola chiave: comunicare!

La lingua ci viene in aiuto: “cum”, cioè “con”, e “munus”, cioè “dono” o “dovere/incarico”. Nell’antichità, lo scambio di informazioni era visto come atto di reciprocità e il senso di “comunità” si consolidava mettendo a disposizione un “dono”. Oggi il senso del termine sembrerebbe un po’ appannato, specie perché l’uso che si fa dei mezzi di comunicazione è triviale e superficiale. Forse lo è stato, in alcune occasioni, anche nell’antichità, ma allora la vita era assai più fragile e più breve di oggi, non si aveva tempo da perdere in corbellerie, si lottava per sopravvivere, quindi ogni termine di paragone perde significato.

Ma allora, perché lo hanno fatto, se non serviva a nulla?

Tornando all’incipit di questo articolo, possiamo dire che quelle opere raccontano la storia, ma come la raccontano? Cosa comunicano a distanza di millenni? Si tratta delle prime forme di arte che ci è dato conoscere, e sono “arte” perché quello che dicono va “oltre” il racconto e perché l’arte può chiamarsi tale se nasce quando si fa qualcosa che va “oltre” le necessità primarie: l’arte risponde a una necessità profonda ed esprime qualcosa che va aldilà della cronaca dei tempi. L’arte è espressione di vita!

Ecco il punto: la vita!

Nella storia dell’arte siamo passati da quei graffiti a ben altre rappresentazioni; siamo passati dal tizzone al pennello, dal pennello alla fotografia, dalla fotografia al computer e, finalmente, alla ricontestualizzazione di oggetti, come vediamo fare nell’arte concettuale. Indipendentemente dagli strumenti utilizzati e dalla tecnica sviluppata, l’arte comunica. Ma cosa?

Hegel ci viene in aiuto quando dice che l’arte è “la prima forma di Spirito Assoluto.” Il suo scopo non è imitare, ma rivelare. Insomma, “l’arte rende visibile e sensibile l' Assoluto (l'Idea)”.

In altre parole, potremmo dire che l’arte non è semplice racconto della storia, ma rappresentazione di idee.

Veniamo quindi al senso di questo articolo, cioè, come si racconta o si capisce la “storia” dell’umanità.

La storia è acqua passata, roba scritta e documentata, a volte è anche inventata o manipolata, tuttavia è storia e, come tale, è prodotto della vita. Più importante: tutta questa vita “passata” determina ciò che noi siamo oggi, cioè, siamo prodotto della storia. Per questo, per intendere la storia, non possiamo limitarci al resoconto cronologico di fatti veramente accaduti, perché la storia è trasmissione di “valori”, celebrazione di “sentimenti”, studio delle “motivazioni”, comprensione delle “dinamiche” e roba simile... insomma, la storia si manifesta in ciò che la testimonia, e l’arte lo fa.

Ma cosa, della storia, testimonia l’arte?

Qui si possono toccare aspetti metafisici, o anche religiosi. Infatti, molte opere d’arte, nel tempo, sono servite per rappresentare il sacro, per incutere timore o ammirazione o, più semplicemente, per raccontare, attraverso l’uso di simboli e colori, temi che altrimenti non si possono condividere.

Pensate al medioevo, l’arte era bidimensionale non per una regressione delle capacità realizzative, ma perché i codici di comunicazione dovevano semplificarsi per trasmettere i valori rappresentati in modo efficace, e forse anche popolare. Larte, nel medioevo, divenne strumento di evangelizzazione, eppure conteneva, nella rappresentazione di santi, di asceti o di racconti biblici, non solo il “timore” di Dio, ma la traccia di un percorso spirituale: parlava di Dio e consentiva di parlare con Dio.

Il valore spirituale dell’arte era indiscutibile. Parliamo, però, di una storia ignorante, povera, guerreggiata, una storia di dominio dove la paura e le piaghe erano il pane quotidiano, una storia fatta di muraglie e di assedi. L’arte viveva nelle chiese e nei monasteri, era rappresentazione di un cammino interiore, non usciva dal Tempio. Almeno l’arte che è arrivata a noi perché, sicuramente, molto è quello che andato perso e, soprattutto, ben poco sappiamo dell’arte del popolo.

Successivamente l’arte diventa rinascimentale, e continua ad evolvere fino ai giorni d’oggi. Ma il tema è, comunque, questo: se non fosse per l’arte, non si parlerebbe di “valori”.

Sarò provocatorio, ma i valori non li trasmette la fede né la religione, semmai la religione li impone e accettarli è un atto di fede. Ma la fede non si coltiva nel timore del fuoco dell’inferno, semmai la si coltiva nello “stupore” che si prova davanti ai fenomeni della vita.

Ecco un’altra parola che merita attenzione: “stupore”. Viene da “stupere” e indica, originariamente, una condizione di immobilità sia fisica che mentale. Lo stupore lascia senza parole, indica l’incapacità di reagire, come se si mettesse per un attimo la mente in bianco e si ricominciasse, subito dopo l’attimo in cui si manifesta, a vivere. Ma in modo diverso!

Dall’esperienza dello “stupore” si esce ammutoliti, ma anche arricchiti.

Allo “stupore” spesso si reagisce con le emozioni, che poi sono il nostro meccanismo di difesa, ma se liberassimo il nostro essere dai parassiti che lo popolano e vivessimo l’esperienza dello stupore fino in fondo, invece di reagire con le emozioni intraprenderemmo il percorso profondo che ci porta alla conoscenza del sé, cioè, avremmo inziato un lavoro di “meditazione”. Dal punto di vista cognitivo, meditare indica “tenere a mente”, ma allo stesso tempo, “mederi” sta per curare. Insomma, meditare è prendersi cura di sé, la meditazione è una medicina della mente e l’arte, dal momento in cui stimola stupore e invita alla meditazione, ha un potere enorme nel processo evolutivo dell’individuo e delle comunità.

L’arte, in tutte le sue rappresentazioni, dai graffiti rupestri in poi, comunica storia, ma questa storia è narrata nella capacità di “stupirsi”, quindi di generare immobilità mentale o fisica, e ricominciare da lì, con un portato di informazioni in più, che è fatto di significati non spiegabili se non con l’esperienza stessa. E il contenuto è spirituale, umano, geniale, profondo.

I “valori”, nella storia, si perpetuano attraverso fede e religione? Solo in parte, per questo vediamo il significato del termine “religio”: “religare” indica il legame tra umano e divino, “relegere”, invece, per Cicerone è “ripercorrere con cura e diligenza gli aspetti del culto divino”. In entrambi i casi manca quello che l’arte riesce a fare, e cioè, “evocare”, cioè, “ex” (fuori) e “vocare” (chiamare).

Tornando a Hegel, che ricorda che l’arte non imita ma rivela e che “l’arte rende visibile e sensibile l' Assoluto (l'Idea)”, cogliamo la sua dirompente importanza nella storia in quanto non si limita a decorare o a rappresentare qualcosa, ma racconta ciò che ci anima e, soprattutto, rende palese l’IDEA.

Scusate se è poco!

Nell’arte contemporanea, ahimè, così poco conosciuta e così popolata da cianfrusaglie, abbiamo un problema. Anzi, due: 1) l’artista è immerso nel mondo e nella sua ricerca di riconoscimento, spesso, naviga a vista, viene distratto da specchi per allodole e, invece di “creare” o, semplicemente, “seminare idee”, tende a compiacere o ad autocompiacersi; 2) il pubblico è diseducato a cogliere lo “stupore”, accontentandosi delle celebrazioni carnevalesche come alcuni festival o alcune mostre compiacenti o avvilenti per la scarsa ricerca di profondità artistica che li caratterizza. Vale per la musica, per l’arte visiva, per la poesia, per la letteratura, per il cinema eccetera...

E allora, come uscirne? O meglio, come recuperare meraviglia, sbigottimento e “stupore” (quel valore meraviglioso che è patrimonio dei bambini)? Come stimolare la meditazione, il pensiero nuovo, la generazione e coltivazione di idee ancora non rappresentate?

Ciò che racconta l’arte non è cronaca, l’arte trasmette valori, genera stupore, stimola l’esperienza meditativa che, nei secoli o nei millenni, si è perpetuata, o almeno ha tentato di farlo.

L’arte racconta fame e paura? No, l’arte te li fa sentire e ti fa sentire la voglia di reagire. L’arte racconta la caccia al mammut? No, l’arte ti fa sentire la fragilità della vita e la lotta per la sopravvivenza. L’arte racconta la grandezza dei Medici? No, l’arte ti fa sentire il loro carisma e ti trasmette il gelo dell’anima. L’arte ti fa vedere il giudizio universale? No, l’arte ti rappresenta come sei dentro e ti spaventa per quello che sei e che fai. E avanti così.

Oggi l’arte, impoverita da pratiche mediatiche, non è morta come alcuni potrebbero pensare, ma quando si ripulirà da moda e tendenze, manifesterà la sua lotta per continuare ad essere quello che è: semina di idee.

La semina di oggi sarà, domani, pensiero collettivo, valori umani, narrazione della nostra fragilità e, forse, generatore di “stupore” e stimolo per una nuova meditazione. Con essa rigenerazione di quel bisogno umano che va aldilà di qualsiasi bisogno pratico perché, se è vero che l’arte è inutile, è altrettanto vero che è imprescindibile, perché ci rende migliori!

Claudio Fiorentini

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claudio fiorentini

Claudio Fiorentini es escritor, poeta y pintor que se dedica a la promoción de las artes. Su experiencia internacional y su formación multicultural le permiten unir diferentes puntos de vista y comprender los polifacéticos hábitos y costumbres que constituyen el motor de la cultura contemporánea. La cultura es un cultivo mundial y se despliega en todos sus matices, siendo manifestación de nuestra humanidad. Su obra pictórica, mejor sería decir para-pictórica como él mismo ama definirla, es una continua búsqueda de formas de expresión abstracta, a través del uso de materiales pobres de diferente consistencia táctil. El tacto es, de hecho, la llave para comprender el sentido de su búsqueda de equilibrios, a partir de la manipulación del fondo, que solo cuando son apercibidos trascienden en pintura con el auxilio de los pinceles. Su obra ha sido expuesta en España, Italia, Francia, Luxemburgo, Turquía y Malta. Su obra literaria se resume en diez novelas, una colección de cuentos, siete poemarios, y un centenar de artículos de fondo publicados en diarios y en las redes. Ha traducido poetas y narradores hispanoamericanos y españoles y colabora con dos editoriales italianas. Por su actividad e promoción cultural ha sido premiado en el Spoleto Festival Art en 2014 y en al Premio all’Italianità de 2023, en el Círculo de Bellas Artes. Es coautor, junto con el poeta y filosofo Franco Campegiani, del Manifiesto Cultural “Il Bandolo”, firmado por más de cien artistas a nivel internacional. Actualmente vive en Madrid, donde dirige una galería de arte y centro de promoción cultural.

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